Tarantini all’estero – Intervista a Chiara Di Ponzio

La recente emergenza ha stravolto le nostre vite e ci ha costretti a sospendere molte attività lavorative sociali e culturali. Anche anche noi dell’associazione CLAM International, dopo lo smarrimento dei primi momenti, torniamo ai nostri soci ed amici con una serie di iniziative da condividere in rete per offrire un servizio di informazione e approfondimento e riflessione sui vari temi di interesse.

Cominciamo oggi con un progetto sui giovani tarantini e all’estero che prevede una serie di brevi interviste ai nostri ragazzi che vivono e lavorano in varie sedi europee, per avere informazioni di prima mano della loro esperienza con il Covid-19.

Una di noi è Chiara Di Ponzio, che sta completando il suo dottorato presso il Charitè (l’Ospedale Universitario di Berlino) e il DKFZ (Centro di ricerca oncologica) di Heidelberg, in Germania.

Benvenuta Chiara, raccontaci un po’ della tua esperienza in questa organizzazione, in questa struttura, in questo centro di ricerca.

Attualmente io abito in Germania, ad Heidelberg, e vivo qui da ormai tre anni. Sono dipendente del Charitè, L’Ospedale Universitario di Berlino, con una delega per lavorare ad Heidelberg presso il DKFZ, il centro di ricerca oncologica tedesca. La mia giornata tipo si divide tra il laboratorio con esperimenti e il lavoro più computazionale.

Da quando è iniziata l’emergenza Covid-19, come è cambiato il tuo modo di lavorare?

Il mio modo di lavorare si è praticamente interrotto, perché purtroppo questa fase della mia ricerca è prevalentemente sperimentale. Avrei bisogno di andare in laboratorio e, dal momento che non abbiamo più accesso all’istituto ormai da una settimana, non posso portare avanti il mio lavoro. Adesso sono in smart-office, sto scrivendo la tesi di dottorato, ma la mia ricerca si è interrotta.

I tuoi rapporti sociali, con i colleghi e collaboratori e con la gente del posto sono stati influenzati da questa epidemia?

Io ero molto influenzata dalla situazione italiana, al punto che per noi è diventato molto stressante il fatto che non che non chiudessero gli istituti. Ci sentivamo tra l’incudine e il martello perché dall’Italia ricevevamo notizie critiche, mentre qui c’era una situazione assolutamente serena, lavorativamente stabile, con le persone per strada che si aggregavano tranquillamente.

Heidelberg (foto dal web)

Noi eravamo completamente divisi tra queste due visioni che ci hanno messo in difficoltà, anche perché nel momento in cui sottolineavamo che la situazione era critica, che forse ci doveva essere più attenzione, qui venivano presi per drammatici. Ne abbiamo risentito soprattutto per questo. Poi successivamente i numeri sono cresciuti anche qui, ed adesso le cose vanno allo stesso modo.

Personalmente, io lavoro a stretto contatto con altri gruppi e con personale interno del mio gruppo e fisicamente non ci si può più incontrare da tempo. I meeting ovviamente si sono trasferiti su skype, sono diventati virtuali. Però la collaborazione al momento necessaria per me é fisica, e adesso non possiamo lavorare insieme.

E la tua vita privata?

Non posso incontrare gli amici, qui ora ci sono le stesse restrizioni degli altri paesi, per cui siamo in casa. Io ho una relazione a distanza e al momento purtroppo non mi è permesso di vedere il mio fidanzato, e lo stesso con la famiglia: non posso tornare a Pasqua per le vacanze e per il compleanno di mio padre.

In base alla tua recente esperienza e all’atteggiamento assunto dai singoli stati europei, come riportato dai media, valuti che il sogno di un’Europa unita e solidale sia più vicino o più lontano?

Io credo che sia lo stesso, perché c’erano delle differenze culturali e sociali anche prima. Più che altro ne risentiranno i populismi perché il virus è una cosa democratica, ma l’Europa come sistema non credo che ne risentirà.

Hai valutato la possibilità di interrompere la tua esperienza e di ritornare in Italia?

Personalmente no. Sia per una questione di responsabilità verso la mia famiglia, e allo stesso tempo non avrebbe senso interrompere questa esperienza perché sto conseguendo un titolo e questo titolo deve essere portato a termine qui.

La Germania ti ha offerto un’opportunità che l’Italia ti ha negato?

Io non l’ho vista in questo modo, nel senso che anche in Italia ho avuto delle occasioni. Sicuramente le opportunità qui sono molto diverse, sia dal punto di vista della remunerazione che è più alta, sia perché la città in cui mi trovo è un centro importante, un po’ per le occasioni che ci sono in generale in Germania. Ma non credo che mi avrebbero negato questa opportunità in Italia.

Ringraziamo Chiara Di Ponzio per questo contributo e le auguriamo un buon proseguimento nella sua attività di ricerca e speriamo di riabbracciarla presto in Italia

Grazie a voi, in bocca al lupo… restate a casa, e state bene!

Una risposta a "Tarantini all’estero – Intervista a Chiara Di Ponzio"

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  1. Complimenti Chiara sei un orgoglio tarantino, una delle tante nella nostra storia di persone che si sono fatte valere e che hanno dato lustro alla nostra storia tonica Ricorda sempre di non rinnegare le tue origini, purtroppo molti tarantini emigrando hanno avuto paura di questo retaggio.

    Brava!!!

    >

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